A cent’anni da quel 9 agosto

Ansaldo SVA 13

L’impresa che lo scrittore-soldato Gabriele D’Annunzio, con il casalese Natale Palli, volle a tutti costi realizzare ha in sé qualcosa che va oltre il significato del gesto “materiale”; ebbe un risvolto psicologico devastante nell’animo del nemico austriaco, con una forte carica di impresa romantica d’altri tempi; l’aereo incarnava alla perfezione il pensiero dannunziano, sembrava esser stato appositamente creato per metterlo in sintonia con il rischio del pericolo, con l’impresa impossibile, con il tentar ad ogni costo.

L’87esima squadriglia San Marco detta La Serenissima. Foto Archivio storico trevigiano

chi furono i fratelli Palli

storia dello Scientifico “Palli”

quando Palli tornò al “Palli”

L’impresa per D’Annunzio doveva essere stata affrontata con l’impiego del trimotore Caproni (da ricordare che per la famiglia Caproni ideò il motto “Senza Cozzar Dirocco”), ma il Comando Supremo ostacolò D’Annunzio proprio perché l’utilizzo del trimotore Caproni avrebbe significato mettere in pericolo la vita di molti uomini, senza considerare che il lavoro di preparazione sarebbe stato difficile e troppo invasivo; lo SVA, invece, sembrava la macchina ideale per permettere la realizzazione dell’impresa.

il volo e l’impresa (dal sito del Ministero della Difesa)

 

L’Ansaldo, quindi, preparò uno SVA  biposto con un serbatoio da 300 litri che permetteva di raggiungere la necessaria autonomia per la trasvolata sui cieli austriaci. Dopo due tentativi falliti (il 2 e l’8 agosto) per le avverse condizioni meteorologiche, la mattina del 9 agosto 1918 alle ore 5:50 gli uomini dell’87a squadriglia “La Serenissima” decollarono con undici aerei, dieci dei quali erano monoposto, pilotati da Locatelli, Allegri, Sarti, Ferrarin, Censi, Aldo Finzi, Granzarolo, Masprone e Contratti ed il biposto pilotato dal Capitano Natale Palli; Gabriele d’Annunzio era posizionato nell’abitacolo anteriore. I velivoli di Ferrarin Masprone e Contratti dovettero atterrare dopo poco, mentre Sarti per dei problemi tecnici al motore dovette atterrare sul campo Wiener-Neustadt, sabotando prontamente il proprio velivolo prima della cattura. I rimanenti aerei giunsero su Vienna verso le 9:20 e dopo aver effettuato delle foto ricognitive, inondarono il paese con il lancio di cinquantamila volantini scritti da D’Annunzio e trecentocinquantamila volantini con traduzione in tedesco del testo scritto da Ugo Ojetti. [fonte dell’articolo: https://www.aereimilitari.org/Storia/IGM/Ansaldo-SVA_1.htm]

il “Palli” in visita al Museo dell’aereonautica “Caproni” di Trento

 

L’impresa, anche se militarmente irrilevante, ebbe una notevole efficacia psicologica, contribuendo a peggiorare il già pessimo umore del popolo austriaco, provato da un lungo e sanguinoso conflitto. Dopo il ritorno dei velivoli sul campo di partenza, il Comando Supremo riportò il seguente comunicato ufficiale:

« Zona di guerra, 9 agosto 1918. Una pattuglia di otto apparecchi nazionali, un biposto e sette monoposto, al comando del maggiore D’Annunzio, ha eseguito stamane un brillante raid su Vienna, compiendo un percorso complessivo di circa 1.000 chilometri, dei quali oltre 800 su territorio nemico. I nostri aerei, partiti alle ore 5:50, dopo aver superato non lievi difficoltà atmosferiche, raggiungevano alle ore 9:20 la città di Vienna, su cui si abbassavano a quota inferiore agli 800 metri, lanciando parecchie migliaia di manifesti. Sulle vie della città era chiaramente visibile l’agglomeramento della popolazione. I nostri apparecchi, che non vennero fatti segno ad alcuna reazione da parte del nemico, al ritorno volarono su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia partì compatta, si mantenne in ordine serrato lungo tutto il percorso e rientrò al campo di aviazione alle 12:40. Manca un solo nostro apparecchio che, per un guasto al motore, sembra sia stato costretto ad atterrare nelle vicinanze di Wiener-Neustadt. »

Palli e D’Annunzio

Il primo messaggio diceva:

“Viennesi! imparate a conoscere gli Italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.
Viennesi!
Voi avete fama d’essere intelligenti. Ma perché vi siete messa l’uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo si è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra? Continuatela. E’ il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandolo.
Popolo di Vienna, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
Viva la libertà!
Viva l’Italia!
Viva l’Intesa!

Il secondo messaggio:

“In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto
anno della vostra convulsione disperata e luminosamente comincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso, come l’indizio del destino che si volge. Il destino si volge. Si volge verso di noi con una certezza di ferro. E’ passata, per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata.
Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina. 
Predominerà sino alla fine. I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno con un’ebbrezza che moltiplica l’impeto; ma se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero, e questo è detto. Per coloro che usano combattere dieci contro uno. L’Atlantico è una via che non si chiude ed è una via eroica come dimostrano i novissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco. Sul vento la vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovine ala italiana non somiglia quello del bronzo funebre nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sorprende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o viennesi. Viva l’Italia!
GABRIELE D’ANNUNZIO

Oltre a questi due messaggi, i sette velivoli italiani lasciarono cadere sulla capitale austriaca tre grandi manifesti nei quali erano riaffermate le idealità di guerra dell’Intesa e le sue vedute per la pace, definitiva e durevole, promessa ai nemici qualora si fossero arresi.
Dopo aver fatto queste evoluzioni per oltre venti minuti nel cielo viennese, gli audaci aquilotti, sempre stretti intorno alla carlinga del loro comandante, si allontanavano verso sud-ovest.
Com’è naturale, la via prescelta per il ritorno non era quella stessa dell’andata, sarebbe stata pericolosa, li avrebbero attesi al varco.
Le ali tricolori sorvolarono Graz, apparsa quasi deserta, quindi puntarono su Trieste. Qui un idrovolante austriaco tentò di levarsi in volo all’inseguimento, ma prima di riuscire a raggiungere l’alta quota degli Sva, la squadriglia Serenissima era già lontana.

Ansaldo SVA 14Immagine che segue il lancio dei volantini su Vienna.

Il lancio dei volantini su Vienna ripreso dall’aereo

 

il volo per il centenario e gli eventi pescaresi

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